Si alzi il sipario!... | Si alzi il sipario!... |
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Difficile definire la pittura di Franco Gianelli (in arte Grota). Ci piacerebbe chiamarla ‘teatro dell’assurdo’ se, ad un più attento esame, non ci si rendesse conto che l’artista vuol rappresentare un mondo reale, colorato, però, da forti pulsioni immaginative. Senz’altro il termine ‘teatro’ si addice a queste opere. Per prima cosa perché le scene sono inserite dentro alle quinte di un ipotetico palcoscenico. La cornice, realizzata con elementi decorativi per lo più geometrici, è un sipario aperto su ‘attori’ che interpretano, di volta in volta, il ruolo di persone comuni e che propongono gli aspetti reali e le finzioni della vita, con, sul fondo, la scenografia di un paesaggio. Un autoritratto di Grota, riprodotto sulla copertina di un catalogo è l’icona che ha come riscontro la fotografia dell’artista riprodotta nella pagina successiva: stesso atteggiamento, stesso sguardo, stesso sorriso, stesso braccio appoggiato ad un quadro. Questa immagine è esplicativa per comprendere l’arte di Grota. Per prima cosa risponde a precise scelte espressive dell’artista. E poi gli occhi: sempre molto grandi, dipinti in modo frontale, anche nei profili. Sono occhi che esercitano una funzione fortemente indagatrice. Ciascuno si sente scrutato da occhi che dichiarano con decisione la loro storia e nello stesso tempo penetrano nella mente e nell’intimità dell’osservatore imprimendovi il loro segno. Dunque, il teatro. Come in ogni spettacolo che si rispetti, ogni personaggio recita la sua parte, mantenendo attraverso le varie scene, coerenza di forma, di contenuto, di corrispondenza enigmatica, di stile. In questo straordinario mondo in cui i ritmi della fantasia s’innestano con la sintassi stimolata da situazioni reali, s’incontrano angeli, personaggi mitologici, uomini dalla doppia testa o dalla lingua lunghissima da ‘sputasentenze’, dal naso aquilino e dalle grosse labbra rosse. Per i suoi personaggi, Grota insiste soprattutto sul viso, in genere rappresentato di profilo: ciò che interessa sono appunto gli occhi, il naso, la bocca. I capelli sono invece un optional: possono esserci, ma la preferenza va a crani assolutamente rasati. Grota non vuol riprodurre il mondo naturalistico o un fatto, ma fa affiorare di quello il significato profondo, la forza interiore. E lo ottiene servendosi di un’espressione formale che non ha tratti comuni con brani di poesia, ma piuttosto di prosa aspra, incisiva. Basta analizzare il segno che definisce in modo greve e deciso ogni elemento dell’immagine tanto che essa pare chiusa, incatenata proprio da una grossa linea che non lascia speranza. E’un confine che non si può superare: tutto sembra generato da una logica che non lascia scampo ad alcuna divagazione. Il segno dunque: un segno nero che blocca le figure, irrigidisce i movimenti, impedendo qualsiasi interferenza formale fra le figure: l’albero ha il tronco ben definito che non si confonde con le chiome, così come una figura mantiene una sua precisa individualità anche quando c’è un tentativo di approccio come ‘Il bacio’ o la maternità. Il segno, così come il volto, sono gli elementi caratterizzanti la pittura di Grota. Ben poco gli interessa il resto del corpo umano. Di quasi tutte le figure sono rappresentate infatti solo la testa e le mani (grandi , grosse mani simili a tenaglie, dalle bianche unghie ben connotate) qualche volta anche il busto fino alla cintola, raramente le gambe e i piedi. Non è il corpo nella sua integrità a diventare pretesto di una immagine o di un racconto: ciò che conta è lo sguardo allusivo, a cui fanno da contraltare il segno e il colore. Quest’ultimo non si discosta, come scelta concettuale, dal resto della composizione: è un colore deciso, vivace, definito, senza sfumature. Un colore che, per usare una metafora, ha, nella sua orchestrazione, il fuoco di un brano di jazz piuttosto che i lirici accordi di un notturno di Chopin.
Una pittura, quella di Grota, di non facile lettura, perché molteplici sono gli elementi che intervengono ad impegnare il percorso strutturale e contenutistico, compresi i numerosi riferimenti al suo paese, alle persone, a se stesso. La vera storia di questi quadri sta soprattutto nella forte passione di Grota per la pittura e nella determinazione altrettanto salda nel voler trasmettere, attraverso la pagina dipinta, la straordinarietà di una visione che nasce da una carica interiore e che ha saputo trovare un modo di esprimersi originale e personale e di grande libertà inventiva. |