Mostra, artista, luogo | Una mostra, un artista, un luogo |
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Cosa ci fanno i quadri di Grota nella casa natale del Duce? La domanda è legittima e le spiegazioni molteplici. Con una risposta d’acchito si può spiegare che le opere del pittore predappiese sono in mostra in un luogo d’arte e di cultura. Dal 1999 l’edificio nel quale nacque Benito Mussolini è sede di esposizioni storiche e artistiche e, in alcune edizioni, ha ospitato nomi illustri del Novecento italiano fra cui Depero e Sironi. Si tratta quindi di una personale importante per il percorso professionale dell’artista che viene ospitata in uno spazio affermato. Tuttavia i piani di lettura dell’evento non si limitano a questo. Esistono almeno altri due aspetti da evidenziare. Il primo è collegato alla peculiarità storica del luogo. Oggi l’edificio si presenta come contenitore culturale ma non è sempre stato così. Caduto il fascismo e terminata la seconda guerra mondiale, la “casa natale” fu relegata a un ruolo di anonimato che controbilanciava, volutamente, l’eccesso di notorietà acquisita nel periodo precedente. Durante gli anni del regime, infatti, la casa dove Mussolini nacque il 29 luglio 1883 (ma dalla quale si trasferì insieme alla famiglia nell’arco di pochi anni per abitare nella vicina sede scolastica, l’attuale Municipio, dove insegnava la madre Rosa) fu trasformata in un piccolo museo. L’allestimento avvenne sul finire degli anni Venti e puntò ad enfatizzare le origini popolari del capo del governo, ad uso della propaganda. Si trattava di un arredamento posticcio per quanto attentamente calcolato, con la rievocazione di ambienti della vita domestica quali l’officina del padre-fabbro, la camera da letto degli sposi e quella dei bambini Benito e Arnaldo. La “casa natale” ha svolto per molto tempo questo compito diventando strumento per creare consenso. A renderla familiare a tutta Italia pensarono quotidiani, riviste, libri, sussidiari, guide turistiche, i cinegiornali dell’Istituto Luce e migliaia di visite organizzate da scuole, partito fascista e organizzazioni collegate. Con questo retaggio si misura il percorso artistico di Grota. Il confronto è ovviamente tutto culturale e si pone ad un livello superiore rispetto a qualsiasi speculazione politica. Ogni opera di Grota è una porta d’accesso verso strade imprevedibili, ognuna segue un destino differente facendo vibrare le corde dell’anima, mettendo a nudo sentimenti, differenziando i valori dalle ipocrisie, evidenziando il peso dei condizionamenti. La sua vena artistica è intrisa di genuinità e nasce da un modo tutto personale di vedere ed interpretare le vicende, le cose e le persone. Praticamente il contrario di qualsiasi azione strumentale e di propaganda, proponendo così un dialogo a contrasto con la storia dell’edificio. C’è un altro aspetto che mi preme sottolineare ed è collegato alla presenza dell’antica bandiera dei socialisti di Dovia collocata in modo permanente all’interno della sede espositiva. Quel vessillo del primo Novecento, sul quale compare la scritta “Fate largo che passa il lavoro”, è testimone della radice profonda che unisce un territorio ai suoi abitanti. Un rapporto forte, eretico e ribelle che è parte della produzione di Grota, pittore predappiese che osserva il mondo partendo dalla dimensione locale per affrontare la complessità della società d’oggi. Artista che si misura con l’attualità, con le sue speranze e le sue contraddizioni. Mario Proli |