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Grota, il lato poetico del visibile

di Silvia Arfelli

Guardare le opere di Grota significa sentirsi totalmente avvolti, contenuti, quasi, all’interno di opere che colpiscono, di primo acchito, per i cromatismi intensi e squillanti, per le forme figurative che ci suggeriscono le coordinate di luoghi conosciuti, o comunque non lontani, poiché sono gli stessi luoghi che ognuno di noi ha frequentato da bambino, un po’ per gioco, un po’ per emozione, rifugio dell’anima di cui, ancora oggi, sentiamo la necessità. Necessità che un artista a tutto tondo come Grota ha saputo fare propria, connotandola di quella sfera di valori poetici e pittorici che caratterizzano la lezione del surrealismo storico.
Artigiano dell’immagine, questo artista di Predappio Alta (“il pittore”, come lo chiamano qui, per eccellenza) ha saputo scardinare i confini geografici del luogo conosciuto, dov’è nato e cresciuto, per proporre l’arte come mezzo di conoscenza e di approccio nuovo che penetra le cose, che trasforma il “topos” in “pathos”, che assume dal visibile delle cose per catturarne un’inedita percezione. La pittura, soprattutto quella figurativa, conserva ancora quel contenuto lirico che consiste nello scarto sentimentale fra il guardare e il sentire, e l’artista, fedele a questo dettato, realizza opere in cui si definiscono gli scorci e le atmosfere del luogo da sempre conosciuto e familiare, con le sue influenze ed i propri retaggi. Così come Vallauris torna ripetutamente nelle opere di Picasso, Grota alimenta i suoi dipinti degli archetipi e delle simbologie di un paese, la Prè, come la chiamano i romagnoli, da sempre a metà fra il buen retiro ed il natio borgo selvaggio di leopardiana memoria, con i suoi limiti e le sue peculiarità, le sue aperture ed i suoi confini: “La processione di Sant’Antonio”, “Il lavoro delle donnine di Predappio”, “La favola di paese”...
E se quel luogo vicino e lontano, quel rifugio dell’anima da sempre nascosto dentro noi stessi, altro non fosse che il solito, canonico posto dove affondano le nostre radici, dove da sempre fuggiamo, per accingerci, ogni volta, ad un dignitoso e desiderato ritorno? In questi scorci di paese, spaccati di una realtà fatta di urgenze affabulatorie e nervosismi illuminati, Grota non si cala nelle atmosfere e nei simboli del luogo, ma cattura il luogo dentro se stesso: sono la frequentazione continua, la conoscenza diretta a mettere in relazione le prospettive e le traiettorie degli angoli e delle strade, della piazza e dei caseggiati con le geometrie piane e squillanti della sua pittura. Un processo di metabolizzazione del luogo e dei suoi abitanti che l’artista compie con il linguaggio che gli è più congeniale, quello della pittura.
Gli umanoidi dai grandi occhi che Grota ha scelto come protagonisti dei suoi dipinti, innescano, dalla prima all’ultima opera, un teatro di immagini ironiche e divertite, a volte grottescamente deliranti, in una pittura che non va ricercata (ce ne rendiamo conto man mano) nelle scuole o nelle discipline dell’arte antica e recente, ma piuttosto intesa come elaborazione di una vertigine esistenziale. E’ il suo contenuto poetico che conta, perché per Grota, come per Breton, la poesia è “il compenso per la miseria che dobbiamo sopportare”. Ecco perché, dovendo ricercare per forza degli apparentamenti, vengono piuttosto in mente i surrealisti: anche in alcuni dipinti di Magritte, il luogo annulla il volto, vi si sovrappone e lo cancella trasformandolo in un pezzo di nuvola o di cielo stellato.
Nella memoria onirica, il luogo sopperisce alla figura e la incorpora. E’ un processo mentale che non è estraneo neppure a Grota, anche se diversi sono i suoi archetipi di riferimento: prima di tutto gli elementi geometrici e decorativi che si susseguono con regolarità nelle opere e che costituiscono la cornice colorata del quadro stesso. Perfettamente in linea con quella lezione del Novecento che ha cercato di travalicare le cornici, di rompere le barriere, di liberare il dipinto da qualsiasi confine, fisico o mentale, Grota ha tracciato le sue cornici come un finto  perimetro che ingloba l’opera stessa costituendone non un limite ma una parte integrante, in cui la riconoscibilità dell’immagine è esaltata da losanghe colorate, puntini, faccine, ma anche stelline, palloncini, astri solari che spuntano ai quattro angoli del quadro, ipotetica quinta teatrale abbarbicata al suo sipario.
Quale dipinto è più poetico dell’interpretazione che l’artista offre de “La camera da letto di Van Gogh ad Arles”, dove inserisce nel celeberrimo interno realizzato dall’artista olandese, i suoi personaggi: uno è coricato nel letto di Van Gogh, quasi ad esorcizzare il fantasma di uno dei numi tutelari dell’arte di Grota, ma ciò che colpisce è questa estetica semplice e genuina, questa concretezza diretta con cui due poetiche entrano in contatto; la folle solitudine di Van Gogh sembra stemperarsi in un mondo che è invece abitato, fatto di rapporti e di relazioni, di amicizia e di spontaneità com’è quello dell’artista predappiese.
La potenza visionaria e la forza realizzativa sono certamente le due componenti essenziali che caratterizzano l’attività di Grota: se i suoi umanoidi ci colpiscono, se sono capaci di interpretare i nostri sentimenti ed i nostri atteggiamenti, è perché il loro autore ha la sensibilità per entrare nelle nostre anime, per comprendere ad un primo sguardo tutto il bene e tutto il male insito nell’umanità. E lo traduce in pittura con quel suo stile misto di calibrata attenzione e giocoso disimpegno, con l’ambizione di arrivare contemporaneamente, ad una sola velocità, al cuore e al cervello. Ecco perché, in quest’ambivalenza che richiama una sorta di gioco di specchi, i suoi personaggi trasmettono una vitalità popolare che ha, però, qualcosa di etereo, di ascetico, di fabuloso, perché è l’autorevolezza della pittura a catturare il sogno, a tradurre in realtà anche ciò che, solitamente, non si vede.
Ma la lezione surrealista torna nelle atmosfere ludiche e giocose che Grota mette in scena senza risparmiare elementi e particolari, nella magia dei personaggi volanti, memorie chagalliane in cui si fondono realtà e finzione, in cui la bellezza della vita e le sue terribili angosce sembrano convivere in un equilibrio precario quanto perfetto. C’è tanto di noi negli umanoidi di Grota: le malelingue, le sentenze, ma anche il dono, l’incontro con gli amici, l’abbraccio, la genuinità dei sentimenti che traspare da queste opere, così come la benevola indulgenza con cui l’artista stempera tensioni morali e brutture senza speranza. E’ una cultura mediterranea, corposa e solare, che non disdegna echi precolombiani, che non rifugge dal confronto coi surrealisti, dalle riminescenze primitive, dalle pazzie di Van Gogh. 
E’ un sognatore che non avverte la necessità di smaterializzare le sue illusioni; anzi, gli dà corpo e concretezza attraverso i tagli netti della sua tavolozza; un colore intenso e steso per campiture precise, poderoso e sottile al tempo stesso, come la personalità dell’artista; che, come i suoi quadri, conserva un proprio lato insondabile e misterioso. Colori come il rosso ed il blu, quasi di lapislazzulo liquido, che tornano continuamente nelle tele di Grota; il sangue e lo spirito, la carnalità e la sua corrispondenza più alta, più pura, più interiormente poetica. Come il verde o il giallo, una scelta di colori basilari ed esuberanti, per esprimere concetti primordiali, essenziali, l’elementarità della pittura che interpreta l’elementarità della vita. “Non c’è poi molto da imparare”, sembrano suggerire gli umanoidi di Grota, stretti l’uno all’altro, librati nel cielo o immobili a guardarci, oltre il quadro, oltre la cornice colorata, oltre quella forza mediana che li ha creati e coinvolti nella sua poetica, loro malgrado.
L’arte di Grota è fatta di rimandi e di sogni, e nei sogni le utopie sono di casa: come l’umanità che ha gettato la maschera, senza per questo essere omologata, senza aver rinunciato alle proprie differenze; gli umanoidi dai grandi occhi sono tutti uguali apparentemente, perché serve uno sguardo diverso, che sappia andare oltre le apparenze e guardare dentro, interiorizzare l’immagine per vedere davvero. Ecco perché Grota, questi suoi enigmatici personaggi ce li mostra sempre da una prospettiva monoculare, forse a riecheggiare il terz’occhio di esoterica memoria, quello che serve per guardarsi dentro, per vedere con gli occhi dell’anima.

 

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Grota Studio - martedė 07 settembre 2010 - Credits